Dopo anni di onorato servizio il “Safe Harbor”, l’accordo stipulato tra UE e USA per il trasferimento dei dati personali dall’Europa agli Stati Uniti è stato disconosciuto dalla Corte di Giustizia Europea. La Corte, infatti, ha dichiarato invalida la decisione 2000/520/CE con la quale la Commissione Europea riconosceva che l’accordo “Safe Harbor” stipulato con il Dipartimento del Commercio Statunitense, offriva un “adeguato livello di tutela” per i trasferimenti di dati alle aziende statunitensi ad esso aderenti.
Sulla base della nuova pronuncia, invece, all’adeguato livello di tutela va sostituito un “elevato livello di tutela”, intendendosi tale quello attualmente riconosciuto e garantito dalla normativa europea. Pertanto, per essere considerato elevato (e quindi adeguato) il sistema di protezione statunitense dovrebbe garantire una protezione equivalente a quella europea. E’ cosa nota, invece che negli Stati Uniti la gerarchia normativa propenda per il sacrificio della privacy, sull’altare di altri diritti considerati preponderanti e quindi il livello di protezione non possa essere considerato equivalente.
Pertanto, nell’attesa che venga siglato un nuovo accordo (già in discussione), i soggetti interessati alle procedure di trasferimento potranno o iniziare un iter autorizzativo dinanzi alle Autorità di Garanzia degli Stati Europei per ottenere l’approvazione di proprie Binding Corporate Rules oppure utilizzare le clausole standard predisposte dalla Commissione UE in materia. In entrambi i casi però, in assenza di una copertura normativa più ampia di garanzia, si apre la strada alla possibilità di controlli e certamente, di maggiore incertezza sulla liceità delle singole operazioni.
